Ventitré milioni di anni fa il Salento non era fatto di spiagge, uliveti e scogliere affacciate sul Mediterraneo. Gran parte del territorio si trovava sotto un mare subtropicale ricco di vita marina, attraversato da grandi tartarughe che oggi esistono soltanto nei fossili.
È proprio da questo passato remoto che riemerge Psephophorus polygonus, una gigantesca tartaruga marina vissuta nel Miocene e recentemente protagonista di una nuova installazione al MAUS, il Museo dell’Ambiente dell’Università del Salento. In occasione della mostra dedicata ai cambiamenti del Mediterraneo è stato infatti svelato un modello a grandezza naturale dell’animale, realizzato integrando anche autentici reperti fossili rinvenuti nel territorio salentino.
Una parente preistorica della tartaruga liuto
Psephophorus polygonus apparteneva a un gruppo di tartarughe marine strettamente imparentate con l’attuale Dermochelys coriacea, la più grande tartaruga marina vivente.
A differenza delle comuni tartarughe marine moderne, il suo carapace non era formato da grandi scuti cornei, ma da centinaia di piccoli ossicoli ossei immersi nella pelle e organizzati in una struttura flessibile attraversata da evidenti creste longitudinali.
Si ritiene che avesse uno stile di vita simile a quello della tartaruga liuto moderna, nutrendosi probabilmente di organismi gelatinosi come meduse e altri componenti del plancton.
Un Mediterraneo molto diverso da quello attuale
Quando questa tartaruga nuotava nelle acque del Miocene, il Mediterraneo aveva caratteristiche molto differenti.
Il clima globale era più caldo rispetto a quello odierno e l’area del Salento corrispondeva a un ambiente marino subtropicale ricco di biodiversità. I sedimenti che oggi formano parte della celebre Pietra Leccese si stavano accumulando proprio in quel mare antico, conservando fossili di organismi che permettono ai paleontologi di ricostruire l’evoluzione dell’intero bacino mediterraneo.
Molti dei fossili rinvenuti nel Salento raccontano infatti una lunga storia di cambiamenti climatici, trasformazioni geologiche e variazioni del livello del mare che hanno modellato il Mediterraneo ben prima della comparsa dell’uomo.
Perché questa scoperta è interessante oggi
L’aspetto più affascinante dell’installazione realizzata al MAUS è il collegamento tra passato e presente. I reperti fossili integrati nel modello permettono infatti di osservare direttamente parti originali del carapace di un animale vissuto milioni di anni fa.
Ma il messaggio scientifico va oltre la semplice ricostruzione paleontologica.
La mostra che accompagna l’esposizione è dedicata proprio alle trasformazioni che stanno interessando il Mediterraneo contemporaneo: aumento delle temperature marine, arrivo di specie non indigene e modificazioni degli ecosistemi costieri.
In questo senso Psephophorus polygonus diventa quasi un simbolo. Una testimonianza di come il mare sia sempre stato un ambiente dinamico e in continua evoluzione, ma anche un promemoria del fatto che alcune specie riescono ad adattarsi ai cambiamenti mentre altre finiscono per scomparire.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui una tartaruga vissuta oltre venti milioni di anni fa continua ancora oggi ad avere qualcosa da raccontare.




