Per decenni la lotta contro la desertificazione del Sahel si è concentrata soprattutto sulla riforestazione e sulla realizzazione di opere per trattenere l’acqua piovana. Oggi, però, un progetto di conservazione sta attirando l’attenzione della comunità scientifica e dei media internazionali per un motivo insolito: tra i protagonisti della rigenerazione dell’ecosistema non ci sono soltanto alberi, ma anche una grande testuggine africana.
Negli ultimi giorni è infatti tornata a circolare la notizia della reintroduzione di circa 500 esemplari di Centrochelys sulcata in un’area degradata del Sahel, la vasta fascia semi-arida che separa il deserto del Sahara dalle savane africane. Secondo quanto riportato da diversi organi di stampa internazionali, cinque anni dopo il rilascio le immagini satellitari mostrerebbero la comparsa di nuove aree vegetate in corrispondenza delle zone frequentate dagli animali. Sebbene non esista ancora uno studio scientifico pubblicato che dimostri in modo definitivo un rapporto diretto tra la reintroduzione delle testuggini e l’aumento della vegetazione, il progetto richiama l’attenzione sul ruolo fondamentale che questa specie può svolgere come autentico “ingegnere dell’ecosistema”.
La più grande testuggine dell’Africa
La Centrochelys sulcata, conosciuta anche come testuggine africana dagli speroni, è una delle più grandi testuggini terrestri viventi al mondo, superata soltanto dalle testuggini giganti delle Galápagos e di Aldabra. I maschi possono superare gli 80 centimetri di lunghezza e i 100 chilogrammi di peso, mentre la longevità può avvicinarsi al secolo di vita.
In passato era diffusa lungo gran parte del Sahel, attraversando Paesi come Senegal, Mali, Niger, Ciad e Sudan. Oggi, però, la specie ha subito un forte declino a causa della perdita dell’habitat, del pascolo intensivo, dell’espansione agricola, della caccia e del commercio illegale di animali da compagnia, sopravvivendo in molte aree soltanto grazie ai programmi di conservazione.
Il segreto è nascosto sotto la sabbia
La caratteristica più sorprendente di questa specie non è la sua mole, bensì il comportamento di scavo.
Per sfuggire alle temperature estreme del Sahel, che durante il giorno possono superare i 60 °C e crollare drasticamente durante la notte, queste testuggini scavano profonde tane che possono raggiungere anche i 2-3 metri di profondità. All’interno di questi rifugi trovano condizioni climatiche molto più stabili, indispensabili per la loro sopravvivenza.
Ma scavando modificano profondamente anche il terreno circostante.
La superficie del Sahel è spesso ricoperta da una crosta molto compatta che impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi nel sottosuolo. Di conseguenza, gran parte delle precipitazioni evapora rapidamente senza poter alimentare la vegetazione. Le tane delle Centrochelys sulcata rompono questa crosta, favorendo l’infiltrazione dell’acqua, aumentando la capacità del terreno di trattenere l’umidità e creando piccoli microclimi favorevoli alla germinazione dei semi. Inoltre, il terreno smosso e le stesse tane offrono rifugio a insetti, piccoli vertebrati e numerosi altri organismi, contribuendo ad aumentare la biodiversità locale.
Un ecosistema che torna lentamente a funzionare
L’obiettivo del progetto non era quello di utilizzare le testuggini come “macchine per riforestare”, bensì di reintrodurre una specie autoctona capace di ripristinare processi ecologici naturali scomparsi con il suo declino.
Negli anni successivi al rilascio degli animali, le immagini satellitari hanno mostrato la comparsa di macchie verdi nelle aree maggiormente frequentate dalle testuggini. Secondo i ricercatori, questi risultati sarebbero la conseguenza dell’azione combinata delle tane, della maggiore infiltrazione dell’acqua e della naturale germinazione dei semi già presenti nel terreno o trasportati dal vento, senza ricorrere a irrigazione artificiale o lavorazioni meccaniche del suolo.
Un progetto che parte da lontano
In realtà, il lavoro di conservazione sulla Centrochelys sulcata non è nato nel 2021. In Senegal, il santuario Village des Tortues porta avanti programmi di allevamento e reintroduzione fin dai primi anni Novanta. Le valutazioni effettuate dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) indicano tassi di sopravvivenza superiori all’80% negli esemplari reintrodotti e confermano come queste iniziative rappresentino uno strumento prezioso sia per la tutela della specie sia per il recupero degli ecosistemi degradati.
La natura come alleata
Sebbene alcuni articoli abbiano presentato questa vicenda come la dimostrazione che “le testuggini funzionano meglio degli alberi”, la realtà è molto più complessa. La desertificazione del Sahel è il risultato di cambiamenti climatici, siccità ricorrenti e pressione antropica, e non può essere risolta da una singola specie.
Il valore di questo progetto risiede piuttosto nell’aver dimostrato come la reintroduzione di una specie chiave possa contribuire a riattivare processi naturali fondamentali, restituendo all’ecosistema una parte delle funzioni che aveva perso. È un esempio concreto di come la conservazione della fauna non significhi soltanto salvare una specie minacciata, ma possa rappresentare uno strumento efficace anche per favorire il recupero degli ambienti naturali più fragili.
Credit foto in evidenza: Corbin Maxey




