Abstract
Le specie aliene invasive rappresentano, insieme al degrado degli habitat e al cambiamento climatico, una delle principali sfide della biologia della conservazione. Trachemys scripta è oggi ampiamente diffusa in Europa dopo decenni di commercio come animale da compagnia e successive liberazioni in natura, ed è spesso considerata una minaccia per le testuggini d’acqua dolce autoctone. Questa percezione ha portato all’attuazione di importanti interventi di gestione in tutto il continente.
Valutare il reale impatto di T. scripta sugli habitat invasi rimane però difficile, a causa della dipendenza dal contesto e delle limitate evidenze empiriche disponibili. Per questo motivo, gli autori hanno realizzato una revisione critica della letteratura scientifica sulle interazioni tra T. scripta e le testuggini d’acqua dolce europee, affiancandola a un’analisi dei costi di gestione della specie nell’ambito di progetti LIFE finanziati dall’Unione Europea e a una valutazione della percezione degli esperti.
Sono stati individuati 39 studi, la cui rilevanza variava notevolmente in base al contesto di ricerca; nove hanno dimostrato un effettivo impatto negativo di T. scripta sulle testuggini europee autoctone. L’analisi di 13 progetti LIFE ha evidenziato un costo complessivo di 2.509.134 euro, con un costo medio di rimozione di 364 euro per singolo individuo. Le risposte degli esperti hanno inoltre sottolineato l’importanza delle evidenze raccolte sul campo e della sensibilizzazione del pubblico nelle strategie di gestione.
Nel complesso, i risultati indicano che l’impatto di T. scripta dipende dal contesto ed è spesso difficile da quantificare, mentre gli interventi di gestione possono comportare costi economici rilevanti. La revisione propone quindi strategie mirate, specifiche per ciascun contesto e sostenibili dal punto di vista economico, basate sul principio di precauzione e su una valutazione realistica dell’impatto e della fattibilità degli interventi.
Sviluppo dello studio
La presenza di Trachemys scripta nelle acque europee è il risultato di decenni di commercio di tartarughe destinate al mercato degli animali da compagnia e delle successive liberazioni, volontarie o accidentali, in natura. La specie è oggi diffusa in numerosi Paesi e viene comunemente considerata una potenziale minaccia per le specie autoctone, in particolare appartenenti ai generi Emys e Mauremys. Tuttavia, gli autori partono da una domanda più complessa: quanto è realmente dimostrato, nelle condizioni naturali europee, l’impatto attribuito a questa specie?
Per rispondere, la ricerca ha preso in esame 39 studi scientifici. Venticinque riguardavano direttamente le interazioni tra T. scripta e testuggini europee native, mentre altri 14 analizzavano l’ecologia o la demografia del genere Trachemys. Gli studi sono stati valutati anche in base al contesto nel quale erano stati condotti, distinguendo le osservazioni in ambiente naturale da quelle ottenute in condizioni artificiali o sperimentali. Gli autori hanno attribuito maggiore rilevanza alle ricerche capaci di documentare interazioni dirette in natura, ritenute più rappresentative di ciò che avviene effettivamente negli ecosistemi invasi.
Il risultato non ridimensiona automaticamente le preoccupazioni legate alla specie, ma invita a interpretarle con maggiore precisione. Diciassette studi hanno valutato forme di competizione tra T. scripta e specie native e nove hanno documentato un impatto biologicamente rilevante. Le possibili conseguenze riguardavano diversi aspetti, dalla competizione per le risorse e i siti di basking alla trasmissione di patogeni. Tuttavia, molte delle evidenze di impatto negativo provenivano da contesti artificiali e, nelle condizioni naturali europee, gli studi disponibili non hanno dimostrato direttamente che Trachemys abbia causato estinzioni locali o significativi declini di popolazioni native. Questo non significa che il rischio sia assente: significa piuttosto che la sua intensità può variare in funzione della densità degli animali, delle risorse disponibili e delle caratteristiche dell’ambiente.
Gli autori sottolineano inoltre che T. scripta possiede caratteristiche che possono conferirle vantaggi competitivi. Ha una dieta molto ampia e flessibile, può riprodursi precocemente e frequentemente, raggiunge dimensioni maggiori rispetto a diverse specie europee e mostra buone prestazioni termiche. È inoltre meno facilmente disturbata dalla presenza umana e può essere portatrice di agenti patogeni potenzialmente pericolosi per le testuggini native. Questi elementi contribuiscono a spiegare perché la specie meriti attenzione, anche quando gli effetti sulle popolazioni locali non siano semplici da misurare o immediatamente evidenti.
Una parte centrale dello studio riguarda poi un aspetto spesso meno discusso: quanto costa gestire Trachemys scripta? Gli autori hanno esaminato 13 progetti LIFE europei che avevano destinato risorse alla cattura, al controllo o all’eradicazione della specie. Il costo complessivo stimato è risultato superiore a 2,5 milioni di euro, mentre il costo medio per individuo rimosso è stato di 364 euro. L’analisi evidenzia anche quanto sia difficile ottenere un’eradicazione completa: tra i progetti considerati, l’unico caso dichiarato come completamente riuscito riguardava un piccolo stagno dell’isola del Giglio, dal quale erano stati rimossi soltanto tre individui. Negli altri contesti hanno pesato fattori come la manomissione delle trappole, nuove liberazioni effettuate dall’uomo, la complessità degli ambienti umidi e la possibile ricolonizzazione dalle aree circostanti.
Lo studio mette inoltre in evidenza una notevole differenza tra le diverse destinazioni degli animali catturati. Nei progetti analizzati, il costo medio era di circa 113 euro per individuo quando venivano applicate procedure di abbattimento, contro circa 476 euro quando gli animali venivano trasferiti e mantenuti in strutture di recupero. Quest’ultima stima, inoltre, prendeva in considerazione soltanto la durata dei progetti, generalmente di tre o quattro anni, senza includere i costi che possono proseguire per decenni considerata la lunga aspettativa di vita di queste tartarughe. Gli autori richiamano quindi l’attenzione sulle implicazioni economiche, etiche e di benessere animale delle diverse strategie.
Accanto alla revisione scientifica e all’analisi economica, i ricercatori hanno anche raccolto le opinioni di 27 partecipanti all’European Congress of Herpetology (SEH) del 2025, tra ricercatori, professionisti della conservazione e studenti. Il 74% ha indicato gli studi condotti in habitat naturali come la fonte di evidenza più affidabile per valutare l’impatto della specie; l’89% ha ritenuto che prevenzione e sensibilizzazione siano importanti quanto, o più delle sole azioni di rimozione, per una gestione efficace nel lungo periodo. Il dato è significativo perché evidenzia come il problema non possa essere affrontato esclusivamente quando gli animali sono già presenti in natura: impedire nuove introduzioni rimane una componente fondamentale della conservazione.
Da qui derivano alcune indicazioni per il futuro. Gli autori suggeriscono interventi precoci sulle popolazioni di recente insediamento o già riproduttive, soprattutto nelle aree urbane dove le introduzioni sono più frequenti. Monitoraggio partecipato, modelli per individuare le aree a maggiore rischio, tecniche di cattura adattate alle caratteristiche locali e una maggiore attenzione alla ricerca dei nidi potrebbero rendere gli interventi più efficaci. Al tempo stesso, sarebbero necessari studi a lungo termine capaci di misurare come la riduzione di T. scripta influenzi realmente le popolazioni autoctone, così da distinguere con maggiore precisione le situazioni nelle quali la gestione produce i maggiori benefici per la biodiversità.
Conclusioni
La principale conclusione dello studio non è che Trachemys scripta sia innocua, né che ogni sua popolazione produca necessariamente gli stessi effetti. Al contrario, gli autori mostrano che il suo impatto ecologico deve essere valutato caso per caso, perché dipende dalle caratteristiche dell’ambiente, dalla densità della specie invasiva, dalle popolazioni native presenti e dal tipo di interazione che si instaura.
Questo richiede anche un cambiamento nel modo di pianificare gli interventi. Il principio di precauzione rimane importante, ma le risorse disponibili dovrebbero essere indirizzate verso azioni realistiche, mirate e proporzionate al rischio effettivo. Prevenire nuove liberazioni, intervenire rapidamente sulle popolazioni nelle fasi iniziali e valutare con attenzione costi, benefici e fattibilità può essere più efficace che affidarsi esclusivamente a programmi di rimozione prolungati e molto costosi.
Il lavoro evidenzia infine una necessità fondamentale per la conservazione: raccogliere più dati sul campo e nel lungo periodo. Solo misurando gli effetti reali delle popolazioni invasive e verificando la risposta delle specie autoctone dopo gli interventi sarà possibile costruire strategie davvero basate sulle evidenze. La gestione di T. scripta, secondo gli autori, richiede quindi un equilibrio tra rigore scientifico, prevenzione, sostenibilità economica e valutazione delle implicazioni pratiche ed etiche di ogni scelta.
Credit foto in evidenza: J. Mrocek




