Mentre in diverse aree del Mediterraneo le popolazioni di Caretta caretta continuano a mostrare segnali di difficoltà, sulle coste orientali degli Stati Uniti la specie sta vivendo una stagione riproduttiva da record. Dalla Florida alla Georgia, passando per la Carolina del Nord, il numero di nidi registrati nel 2026 conferma una tendenza positiva costruita attraverso decenni di protezione e monitoraggio.
Uno dei dati più significativi arriva da Juno Beach, in Florida, dove il tratto di costa monitorato dal Loggerhead Marinelife Center ha superato i 13.000 nidi di Caretta caretta nella stagione 2026. Il conteggio, ancora in evoluzione, riguarda circa dieci miglia di spiaggia e rappresenta uno dei valori più elevati mai osservati nell’area.
Per comprendere la portata del dato basta guardare indietro di meno di vent’anni: nel 2007, nello stesso tratto di costa, i nidi erano circa 3.600. E non si tratta di un episodio isolato. Nel 2023, il monitoraggio dell’area aveva già raggiunto oltre 15.000 nidi di Caretta caretta, all’interno di una stagione complessivamente record per le tartarughe marine.
Una ripresa costruita nel tempo
Il recupero della popolazione statunitense non è arrivato per caso. La Caretta caretta è tutelata a livello federale dall’Endangered Species Act e, lungo le coste sud-orientali degli Stati Uniti, negli ultimi decenni sono stati rafforzati il monitoraggio delle spiagge, la protezione dei nidi e la regolamentazione delle attività di pesca.
Un passaggio particolarmente importante ha riguardato l’utilizzo dei Turtle Excluder Devices (TED) nelle reti a strascico: dispositivi che permettono alle tartarughe catturate accidentalmente di fuoriuscire dalla rete, riducendo una delle principali fonti di mortalità per gli individui adulti. A questo si sono aggiunte misure per proteggere gli habitat di nidificazione e regolamentare l’illuminazione artificiale delle spiagge.
I risultati sono visibili anche al di fuori della Florida.
In Georgia, il Department of Natural Resources prevede per il 2026 oltre 4.000 nidi, un valore che potrebbe rappresentare il record statale degli ultimi quarant’anni. Ancora più significativo è il fatto che l’incremento non sia improvviso: dagli anni Novanta il numero di nidi è cresciuto mediamente di circa il 4% ogni anno.
Anche singole località mostrano quanto il fenomeno possa essere evidente. A Tybee Island, vicino Savannah, a metà luglio erano già stati registrati 49 nidi, superando il precedente record locale di 35. La situazione viene interpretata dagli esperti anche alla luce della particolare dinamica riproduttiva della specie: una femmina può deporre più volte nella stessa stagione, per poi non riprodursi per alcuni anni. I picchi e le flessioni, quindi, fanno naturalmente parte della dinamica delle popolazioni.
Non significa che la specie sia fuori pericolo
Il termine “record” potrebbe però essere fuorviante se interpretato come sinonimo di specie ormai al sicuro.
La popolazione di Caretta caretta del Nord-ovest Atlantico continua infatti a essere tutelata e la specie rimane esposta a numerose minacce. Tra i principali problemi figurano la perdita e il degrado degli habitat costieri, la predazione dei nidi, l’inquinamento luminoso, gli urti con le imbarcazioni, i rifiuti marini e la cattura accidentale nelle attività di pesca.
Inoltre, una tartaruga marina non trascorre tutta la propria vita davanti alla spiaggia sulla quale nasce. Le Caretta caretta compiono migrazioni di migliaia di chilometri e attraversano acque appartenenti a Paesi diversi. Questo significa che la protezione delle spiagge di nidificazione può produrre risultati importanti, ma non è sufficiente da sola.
È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della situazione statunitense: il successo ottenuto sulle spiagge deve essere accompagnato dalla riduzione della mortalità in mare. Il recupero delle popolazioni è infatti legato a un insieme di interventi che agiscono contemporaneamente durante le diverse fasi del ciclo vitale.
Un’annata negativa non significa necessariamente un declino
Il confronto con il Mediterraneo richiede però una certa cautela.
Nel 2026 il numero di nidificazioni registrate in molte aree mediterranee, Italia compresa, è finora inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Questo dato è reale, ma non può essere interpretato automaticamente come una diminuzione della popolazione.
Le femmine di Caretta caretta, infatti, non si riproducono necessariamente ogni anno. Dopo una stagione riproduttiva possono trascorrere uno o più anni nelle aree di alimentazione prima di tornare a nidificare. Nel Mediterraneo l’intervallo tra due stagioni riproduttive è generalmente nell’ordine di due o tre anni, anche se può variare in funzione delle condizioni ambientali e dello stato nutrizionale delle femmine.
Una dinamica simile è stata osservata anche nelle popolazioni statunitensi: anche qui le femmine alternano le stagioni di nidificazione a periodi di alimentazione e recupero. Il numero di nidi registrato in una singola stagione, quindi, può oscillare naturalmente in funzione di quante femmine mature si trovano in quell’anno nella fase riproduttiva.
Per questo motivo, una stagione con meno nidi non è sufficiente per stabilire che una popolazione sia in declino. Gli studi demografici utilizzano serie temporali pluriennali e tengono conto proprio degli intervalli tra una stagione riproduttiva e l’altra.
Il calo osservato nel Mediterraneo nel 2026 potrebbe quindi rientrare nella normale variabilità della specie. Saranno i dati dei prossimi anni a permettere di capire se si tratta semplicemente di un’annata meno produttiva oppure di un segnale più significativo.
Anche il cambiamento climatico pone nuove sfide
A rendere il quadro ancora più complesso è il cambiamento delle condizioni ambientali.
Come per tutte le tartarughe marine, il sesso della Caretta caretta dipende dalla temperatura di incubazione: temperature più elevate producono una maggiore proporzione di femmine. L’aumento delle temperature della sabbia rappresenta quindi una possibile sfida a lungo termine per l’equilibrio delle popolazioni.
In Georgia, proprio quest’anno, i ricercatori hanno avviato un progetto per monitorare anche i maschi adulti, cercando di comprendere meglio come il riscaldamento delle spiagge possa modificare il rapporto tra i sessi della popolazione.
E il caldo non influisce soltanto sul sesso dei piccoli. Temperature molto elevate e condizioni particolarmente secche possono ridurre anche il successo della schiusa: durante il monitoraggio raccontato da NPR, in uno dei nidi analizzati a Juno Beach erano emerse circa la metà delle uova deposte, un risultato considerato compatibile con le condizioni calde e secche della stagione.
Un modello che può insegnare qualcosa anche al Mediterraneo
Il confronto con altre popolazioni della stessa specie è particolarmente interessante. La Caretta caretta non sta vivendo ovunque la stessa traiettoria: mentre alcune popolazioni mostrano segnali di recupero, altre continuano a essere sottoposte a forti pressioni.
Negli Stati Uniti, il miglioramento è il risultato di decenni di interventi coordinati, iniziati quando la situazione della specie era ben più critica di quella attuale. La protezione dei nidi, il controllo delle attività sulla spiaggia, la riduzione delle catture accidentali e il coinvolgimento di ricercatori, istituzioni e comunità locali hanno contribuito a creare le condizioni perché le nuove generazioni arrivassero all’età adulta.
Il caso americano dimostra quindi che la conservazione può funzionare, ma anche che un aumento dei nidi non deve essere considerato un punto di arrivo.
La Caretta caretta continua ad affrontare minacce durante tutto il proprio ciclo vitale e la sua natura migratoria rende indispensabile una gestione che superi i confini delle singole nazioni.
Per il Mediterraneo, dove quest’anno molte aree stanno registrando una stagione riproduttiva meno intensa rispetto al 2025, il messaggio che arriva dalle coste atlantiche degli Stati Uniti è forse proprio questo: proteggere una specie significa darle condizioni migliori per decenni, non soltanto per una stagione.
Credit foto in evidenza: Loggerhead Marine Life Center via AP




