Il 2026 potrebbe essere ricordato come un anno particolarmente significativo per le osservazioni di tartaruga verde (Chelonia mydas) nelle acque italiane. Secondo una raccolta preliminare delle segnalazioni disponibili, dall’inizio dell’estate sono stati documentati circa 20 individui tra vivi e carcasse, distribuiti lungo diversi tratti della costa adriatica, ionica e tirrenica. Un numero nettamente superiore alla media di 5-6 esemplari all’anno riportata per i 26 anni precedenti, anche se il quadro nazionale resta difficile da interpretare a causa della disomogeneità delle segnalazioni e dell’assenza di un sistema di raccolta completo e uniforme.
Particolarmente interessante è la presenza di numerosi giovani esemplari di piccola taglia. Nel tratto di costa compreso tra Taranto e il versante calabrese del Golfo di Taranto, ad esempio, vengono segnalate da anni diverse tartarughe verdi, soprattutto giovanili: un’indicazione compatibile con l’utilizzo dell’area come zona di foraggiamento. Nelle ultime settimane tre individui sono stati rinvenuti proprio lungo questo settore. Anche più a nord, tra Molfetta, Bisceglie, Barletta e Margherita di Savoia, sono state recuperate quattro carcasse in circa cinquanta giorni, un’anomalia che ha richiamato l’attenzione degli operatori locali. In diversi casi si ipotizza un coinvolgimento degli attrezzi da pesca, ma senza esami necroscopici non è possibile attribuire con certezza la causa della morte.
Un altro episodio ha interessato nei giorni scorsi Cesenatico, dove un giovane esemplare di circa 2 kg, ribattezzato Spirulina, è stato accidentalmente catturato da un peschereccio e immediatamente affidato al centro CESTHA. L’Alto Adriatico rappresenta un’area poco frequente per la specie, ma non completamente estranea alla sua presenza: nello stesso centro era stata recuperata nel novembre 2025 Wakame, una tartaruga verde di circa 20 kg. Più che dimostrare da solo un’espansione della specie nei nostri mari, l’insieme di questi ritrovamenti evidenzia quanto sia importante rafforzare il monitoraggio delle presenze di Chelonia mydas in Italia, distinguendo gli eventi occasionali dalle aree effettivamente utilizzate dai giovani individui per alimentarsi e comprendendo meglio l’impatto delle attività di pesca sulla loro sopravvivenza.




