Un quarto delle specie di rettili, tra cui quelle minacciate, vengono vendute online

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Boa constrictor, gechi giganti della Nuova Caledonia o la Elseya rhodini, nuova specie di tartaruga acquatica nota agli studiosi solo dal 2015. Questi sono solo alcuni dei rettili, rari o più comuni, che possono essere acquistati semplicemente con un clic e il cui mercato, il più delle volte, non è regolamentato.

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Nature Communications rileva che la portata del commercio di rettili in rete è più ampia di quanto si pensasse in precedenza. Le specie vendute o scambiate negli ultimi venti anni sono state 3943 (di cui 2754 online), cioè il 35% di tutte le specie di rettili esistenti conosciute.

La CITES (Convention on International Trade of Endangered Species) attualmente regola solo le specie per cui è stato dimostrato che il commercio ne minaccia l’esistenza, quindi automaticamente sono escluse quelle poco studiate o conosciute da poco. Per espandere la protezione anche a queste altre specie, gli autori dello studio suggeriscono di riscrivere le normative sulla fauna selvatica, invertendo il ragionamento ed utilizzando un “approccio precauzionale”.

«Non ci aspettavamo che fosse così facile trovare legalmente disponibili specie in via d’estinzione» afferma Alice Hughes, ecologa ed autrice dello studio. «Bisognerebbe richiedere prima la prova che una determinata specie non venga minacciata dal commercio e poi, solo dopo, consentirne la vendita».

I rettili sono la classe che ha ricevuto meno attenzioni delle altre; basti pensare che oltre il 30% delle specie non è stato valutato dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) per accertarne lo stato nella RedList, cioè nell’inventario globale che certifica la conservazione della specie.

Al fine di dimostrare che tali lacune possono portare ad enormi danni sulle popolazioni, gli autori hanno raccolto i dati delle vendite avvenute su 151 portali, incrociandoli poi con quelli nei database della CITES e della LEMIS (Law Enforcement Management Information System). Il team ha scoperto che il sud-est asiatico e l’Amazzonia sono i maggiori punti di approvvigionamento di rettili, ma le destinazioni finali sono quasi sempre gli Stati Uniti o l’Unione Europea.

Solo il 10% del commercio delle specie in pericolo di estinzione si è svolto dal vivo, con lo scopo finale dell’allevamento privato, mentre un ulteriore 10% aveva come fine quello alimentare o medicinale. La fetta più grande, circa l’80%, ha avuto come motivo d’acquisto quello della moda o della collezione, dunque l’egoismo e l’esibizionismo dell’uomo.

Questi dati devono preoccupare e soprattutto devono far aprire gli occhi su un problema ancora troppo sottovalutato. Lo studio, nonostante sia stato svolto attraverso ricerche in cinque diverse lingue, non ha incluso le vendite sui social o sul “dark web” e quindi il pericolo potrebbe essere decisamente maggiore.

 

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