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250 tartarughe in quattro ceste di bambù: il sequestro che riporta alla luce il commercio nascosto del Bangladesh

Arturo Inturri by Arturo Inturri
25 Agosto 2026
in News, News dal mondo
250 tartarughe in quattro ceste di bambù: il sequestro che riporta alla luce il commercio nascosto del Bangladesh
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Erano stipate in quattro ceste di bambù, apparentemente pronte per essere trasferite altrove. In tutto, 250 tartarughe d’acqua dolce sono state recuperate dalle autorità forestali nel distretto di Bhola, nel Bangladesh meridionale. Nessun arresto e ancora molti interrogativi sulla destinazione degli animali. Ma dietro questo singolo sequestro emerge un problema ben più ampio: il commercio di testuggini prelevate dagli ambienti naturali del Paese.

L’operazione è avvenuta a Char Fasson, nel distretto di Bhola. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità forestali, gli animali erano stati rinchiusi in quattro ceste di bambù quando è scattato il controllo. Al momento dell’arrivo degli agenti, però, nessuno si trovava sul posto: le persone sospettate di essere coinvolte nel presunto traffico erano già fuggite e non è stato effettuato alcun arresto.

Le 250 tartarughe recuperate appartenevano a due specie molto diffuse nelle acque dolci dell’Asia meridionale: la tartaruga alata indiana Lissemys punctata, conosciuta localmente come sundhi kachim, e la tartaruga a tetto indiana Pangshura tecta, chiamata kori kaitta. Le autorità hanno successivamente liberato tutti gli animali in diversi corpi idrici della zona.

Due specie diverse, una stessa filiera

La Lissemys punctata è una tartarughe a guscio molle adattabile, capace di vivere in numerosi ambienti d’acqua dolce e persino di superare lunghi periodi di siccità estivando sulla terraferma. È diffusa dal Pakistan al Bangladesh, passando per India e Nepal. La sua valutazione globale è Least Concern, così come quella riportata dalla Red List nazionale del Bangladesh, ma la specie è da tempo sfruttata dall’uomo come fonte alimentare e compare regolarmente nei mercati di testuggini del Paese.

Anche la Pangshura tecta vive nei fiumi, nelle pianure alluvionali e nelle zone umide d’acqua dolce del Bangladesh, in particolare nei sistemi del Gange e del Brahmaputra. La Red List nazionale la indica come Least Concern, mentre le fonti specialistiche riportano una valutazione globale più preoccupante, Vulnerable. La specie è inoltre inclusa nell’Appendice I della CITES, un livello di protezione che rende il commercio internazionale commerciale di esemplari selvatici soggetto alle più severe restrizioni.

Questa apparente differenza tra le valutazioni ricorda quanto sia importante distinguere sempre tra lo stato di conservazione di una specie a livello nazionale e quello globale. Ma soprattutto dimostra che un sequestro di centinaia di animali non deve necessariamente coinvolgere esclusivamente specie classificate come minacciate per rappresentare comunque un serio problema di conservazione.

Il commercio può cominciare molto vicino al luogo di cattura

Quando si parla di traffico di fauna, si pensa spesso a grandi reti internazionali, aeroporti e spedizioni dirette verso mercati lontani.

Per le tartarughe d’acqua dolce, però, il percorso può iniziare in modo molto più semplice.

Animali catturati in fiumi, stagni e zone umide possono essere raccolti da cacciatori o pescatori, passare attraverso intermediari e raggiungere mercati locali o altri punti della filiera. Una ricerca sul commercio delle testuggini in Bangladesh ha documentato proprio una rete composta da raccoglitori, intermediari, grossisti, rivenditori e consumatori. Lissemys punctata e Pangshura tecta figuravano entrambe tra le specie osservate in tutti i mercati indagati.

Secondo lo stesso studio, le testuggini catturate in diverse parti del Bangladesh venivano trasportate vive attraverso una rete descritta come diffusa e clandestina, mentre la raccolta era particolarmente collegata anche ai distretti meridionali del Paese. È un elemento che rende particolarmente interessante il caso di Bhola, pur senza permettere di stabilire se i 250 animali sequestrati facessero parte della stessa rete descritta dalla ricerca.

Dove erano dirette quei 250 esemplari?

È una delle domande più importanti, ma anche una di quelle a cui, per ora, non possiamo dare una risposta.

La notizia parla di un presunto traffico e riferisce che le persone coinvolte sarebbero fuggite prima dell’arrivo delle autorità. Non sono però state rese pubbliche informazioni sufficienti per stabilire se gli animali fossero destinati al consumo locale, a un mercato interno più ampio o a una successiva filiera internazionale.

Attribuire loro una destinazione specifica sarebbe quindi scorretto.

Il sequestro mostra però quanto facilmente un gran numero di animali possa essere concentrato e spostato in poco spazio: 250 tartarughe in appena quattro ceste di bambù. Un’immagine che restituisce con efficacia la dimensione materiale di un commercio spesso poco visibile, nel quale i singoli animali diventano semplicemente unità di una merce da raccogliere, accumulare e trasferire.

Il rilascio e le domande che restano aperte

Dopo il recupero, le autorità forestali hanno liberato 153 esemplari la sera stessa in stagni collegati agli uffici forestali locali e in altre aree dell’upazila di Sadar. I restanti 97 sono stati rilasciati stamattina in uno stagno e in un canale nei pressi di un terminal dei traghetti.

Per gli animali intercettati, il sequestro ha evidentemente evitato la prosecuzione del trasferimento. Ma il rilascio di esemplari confiscati non cancella automaticamente il problema che li aveva portati dentro quei ceste.

Restano da chiarire la provenienza degli animali, l’eventuale luogo preciso di cattura e la struttura della rete che ne avrebbe organizzato l’accumulo. Sono informazioni importanti anche dal punto di vista della conservazione: comprendere dove gli animali vengono prelevati può aiutare a individuare le popolazioni sottoposte a maggiore pressione e a intervenire prima che il commercio raggiunga centinaia di individui.

In questo caso, l’assenza di arresti rende ancora più difficile risalire all’intera filiera.

Non soltanto specie rare

Questa storia pone anche una questione più ampia.

Spesso l’attenzione pubblica si concentra soprattutto sulle specie più rare, spettacolari o immediatamente riconoscibili come prossime all’estinzione. Eppure il commercio di fauna può rappresentare una minaccia anche per specie considerate relativamente comuni, soprattutto quando il prelievo coinvolge continuamente grandi quantità di animali selvatici.

Una popolazione può sembrare numerosa fino a quando la pressione esercitata sulle singole zone non supera la sua capacità di rinnovarsi. Per questo monitorare il commercio non significa occuparsi soltanto delle specie già sull’orlo dell’estinzione: significa cercare di capire quali animali vengono prelevati, in quali quantità e da quali popolazioni prima che il declino diventi evidente.

La presenza di Lissemys punctata e Pangshura tecta nei mercati del Bangladesh era già stata documentata. Il ritrovamento di 250 individui in un’unica operazione mostra quanto questo problema possa assumere dimensioni considerevoli anche lontano dai grandi sequestri internazionali.

Questa volta le testuggini sono state intercettate.

Ma il vero valore di quei quattro ceste non sta soltanto nei 250 animali che contenevano. Sta nella domanda che lasciano dietro di sé: quante altre testuggini vengono ancora prelevate dalle acque del Bangladesh senza che nessuno riesca a fermarne il viaggio?

Tags: Bangladeshguscio mollelissemys punctataPangshura tectasequestrotartarugatartaruga acquaticatartarughe

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