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More than just temperature: the effects of nest relocation on incubation environment and hatchling quality in green turtles (Chelonia mydas)

Arturo Inturri by Arturo Inturri
31 Agosto 2026
in News, Pubblicazioni scientifiche
More than just temperature: the effects of nest relocation on incubation environment and hatchling quality in green turtles (Chelonia mydas)
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Dor, D., Booth, D.T. & Schwanz, L.E. More than just temperature: the effects of nest relocation on incubation environment and hatchling quality in green turtles (Chelonia mydas). Mar Biol 173, 171 (2026). https://doi.org/10.1007/s00227-026-04926-2

Abstract

La rilocazione e l’ombreggiamento dei nidi sono strategie di conservazione ampiamente utilizzate per ridurre le minacce alla sopravvivenza dei piccoli di tartaruga marina. Tuttavia, questi interventi possono comportare inattesi fitness costs e valutarne gli effetti può essere difficile, soprattutto quando non è possibile confrontare i nidi gestiti con nidi naturali e indisturbati.

In questo studio, le covate di tartaruga verde (Chelonia mydas) sono state assegnate a tre trattamenti — nidi lasciati in situ, nidi rilocati e ombreggiati e nidi rilocati senza ombreggiamento — sull’isola di Heron, nel Queensland, Australia, durante due stagioni riproduttive, tra dicembre 2022 e febbraio 2023 e tra dicembre 2023 e febbraio 2024. Sono stati analizzati la temperatura di incubazione, il successo di schiusa e di emersione, il rapporto tra i sessi, la morfologia e le prestazioni dei neonati.

I nidi rilocati senza ombreggiamento hanno raggiunto temperature di incubazione più elevate rispetto ai nidi naturali e a quelli ombreggiati, soprattutto nelle ultime due settimane di sviluppo. Le temperature più elevate erano associate a neonati più piccoli, con una maggiore massa relativa alle dimensioni corporee e una peggiore capacità di autoraddrizzamento. Tuttavia, anche i nidi naturali e quelli rilocati con ombreggiamento, pur presentando temperature di incubazione comparabili, mostravano differenze nel successo di schiusa, nelle dimensioni dei neonati e nella capacità di autoraddrizzamento.

I risultati indicano quindi che la rilocazione può produrre conseguenze sullo sviluppo che non dipendono esclusivamente dalla temperatura media di incubazione. Quando possibile, dovrebbe essere data priorità alla conservazione dei nidi in situ, mentre nei casi in cui la rilocazione sia necessaria occorre considerare sia i fattori termici sia quelli non termici dell’ambiente di destinazione.

Sviluppo dello studio

La rilocazione dei nidi è ormai una pratica comune nella conservazione delle tartarughe marine. Quando un nido viene deposto in una posizione particolarmente esposta a inondazione, erosione, predazione, temperature estreme o disturbo umano, lasciarlo nel luogo originario può comportare la perdita dell’intera covata. In questi casi, trasferire le uova in un’area considerata più sicura può aumentare significativamente la probabilità che una parte degli embrioni raggiunga la schiusa. Tuttavia, la rilocazione modifica inevitabilmente l’ambiente nel quale le uova si sviluppano, e non è detto che un sito apparentemente più sicuro sia anche biologicamente equivalente a quello naturale.

Lo studio di Dor, Booth e Schwanz ha cercato proprio di distinguere gli effetti dovuti alla temperatura da quelli prodotti dalle modificazioni dell’ambiente di incubazione conseguenti alla rilocazione. La ricerca è stata condotta sull’isola di Heron, nel Queensland, una delle principali aree di monitoraggio della popolazione di tartaruga verde della Grande Barriera Corallina meridionale. Sono state considerate due stagioni riproduttive consecutive, 2022–2023 e 2023–2024. Le covate sono state distribuite in tre condizioni: nidi lasciati nel luogo naturale (in situ), nidi rilocati in aree ombreggiate artificialmente e nidi rilocati senza ombreggiamento.

Questa impostazione sperimentale ha permesso di confrontare non soltanto la temperatura, ma anche il successo complessivo dello sviluppo. Per ciascun trattamento sono stati monitorati la temperatura del nido, la durata dell’incubazione, il successo di schiusa e di emersione, la morfologia dei neonati, il rapporto tra i sessi e alcune capacità motorie. Tra queste ultime è stata valutata la capacità di autoraddrizzarsi quando un piccolo viene posto sul dorso e la velocità di movimento su un percorso di sabbia. Sono stati inoltre analizzati istologicamente i tessuti gonadici di un campione di neonati per determinare il sesso.

La differenza più evidente tra i trattamenti è emersa nelle condizioni termiche. I nidi rilocati senza ombreggiamento hanno raggiunto temperature nettamente superiori rispetto agli altri due gruppi, soprattutto nella fase finale dello sviluppo. Nelle ultime due settimane, la temperatura media è stata di circa 35,1 °C nei nidi non ombreggiati, contro 32,8 °C nei nidi naturali e 33,2 °C nei nidi ombreggiati. Questi ultimi due valori non differivano significativamente tra loro, mostrando che l’ombreggiamento era effettivamente riuscito a riportare la temperatura dei nidi rilocati su livelli simili a quelli naturali.

Le differenze termiche hanno avuto conseguenze sullo sviluppo embrionale. I nidi non ombreggiati hanno presentato il periodo di incubazione più breve, con una media di circa 54 giorni, rispetto ai 60 giorni dei nidi naturali e ai 63 giorni dei nidi ombreggiati. Quando nei modelli statistici veniva considerata la temperatura media dell’intero periodo di incubazione, l’effetto apparente del trattamento sulla durata dell’incubazione scompariva. Questo risultato indica che, almeno per questo parametro, era principalmente la temperatura a spiegare le differenze osservate.

Anche il successo di schiusa e di emersione è risultato significativamente diverso tra i trattamenti. I nidi in situ hanno avuto un successo di schiusa maggiore rispetto sia ai nidi ombreggiati sia a quelli non ombreggiati. Per l’emersione, la differenza statisticamente significativa più netta è stata invece osservata tra i nidi naturali e quelli rilocati senza ombreggiamento. La mortalità embrionale è risultata particolarmente elevata nelle fasi finali nei nidi non ombreggiati, dove il 17% degli embrioni è morto durante l’ultima fase considerata, rispetto al 2% dei nidi naturali.

Uno degli aspetti più interessanti emerge però dal confronto tra nidi naturali e nidi rilocati ombreggiati. Le loro temperature erano molto simili, ma i risultati dello sviluppo non lo erano. I piccoli provenienti dai nidi ombreggiati erano più piccoli e mostravano una peggiore capacità di autoraddrizzamento rispetto a quelli provenienti dai nidi in situ. Anche il successo di schiusa risultava inferiore. Di conseguenza, riportare la temperatura di un nido rilocato su valori simili a quelli naturali non era sufficiente a ricreare completamente l’ambiente originario.

Le analisi morfologiche hanno mostrato infatti che le dimensioni del carapace variavano in funzione del trattamento e dell’anno, ma una volta tenuta in considerazione la temperatura media di incubazione, l’effetto del trattamento non rimaneva significativo e l’anno diventava il principale predittore. La massa relativa dei neonati, invece, diminuiva all’aumentare della temperatura. Questo suggerisce che alcuni effetti della rilocazione siano mediati dalla temperatura, mentre altri possano essere legati a caratteristiche differenti del microambiente del nido.

Anche le prestazioni motorie hanno fornito indicazioni importanti. La capacità di autoraddrizzamento era influenzata dal trattamento, mentre la velocità di movimento non mostrava differenze significative tra i gruppi. I nidi non ombreggiati producevano complessivamente i risultati peggiori, coerentemente con le temperature più elevate raggiunte durante l’incubazione. Al tempo stesso, la velocità di movimento sembrava essere maggiormente legata alle dimensioni corporee del neonato che alla temperatura di incubazione. Gli autori hanno inoltre osservato che la temperatura corporea al momento del test e il tempo trascorso dall’emersione potevano influenzare le prestazioni, sottolineando quanto sia importante standardizzare le condizioni di valutazione.
Il confronto tra le due stagioni ha inoltre evidenziato una forte componente interannuale. Il 2023–2024 è stato caratterizzato da condizioni complessivamente più calde e da un successo di schiusa ed emersione inferiore rispetto alla stagione precedente, indipendentemente dal trattamento. Questo significa che la risposta dei nidi alla gestione non può essere interpretata isolatamente dalla variabilità ambientale annuale. Le condizioni climatiche, l’umidità, la profondità del nido e altre caratteristiche del microambiente possono interagire tra loro e modificare il risultato finale.

Questa osservazione è particolarmente importante nel contesto del cambiamento climatico. L’ombreggiamento può essere uno strumento utile quando il problema principale è il surriscaldamento dei nidi, ma non elimina necessariamente gli altri effetti della rilocazione. Un nido naturale può trovarsi, per esempio, sotto una copertura vegetale e possedere caratteristiche di profondità, umidità, struttura della sabbia e scambio gassoso che non vengono replicate semplicemente spostando le uova in un’altra posizione e aggiungendo una schermatura. La ricerca mostra quindi che la temperatura è una componente fondamentale, ma non esaurisce la complessità dell’ambiente di incubazione.

Gli autori evidenziano infine che la scelta di rilocare un nido deve essere legata alla reale necessità dell’intervento. Nei casi in cui un nido sia effettivamente destinato a fallire a causa di inondazione, erosione, predazione o altri rischi, la rilocazione può comunque rappresentare uno strumento prezioso per evitare la perdita completa della covata. Il problema nasce quando la gestione viene considerata automaticamente preferibile alla conservazione del nido nel luogo originario. I risultati suggeriscono invece che, quando le condizioni lo permettono, mantenere il nido in situ dovrebbe rimanere la prima opzione.

Conclusioni

I risultati dimostrano che gli effetti della rilocazione non possono essere valutati considerando esclusivamente la temperatura di incubazione. Anche quando un nido rilocato viene portato a condizioni termiche simili a quelle naturali, possono persistere differenze nello sviluppo e nella qualità dei neonati. Il sito di destinazione deve quindi essere valutato come un microambiente complesso, nel quale temperatura, umidità, profondità, vegetazione e caratteristiche della sabbia contribuiscono insieme al risultato finale.

Dal punto di vista della conservazione, questo significa che la rilocazione non dovrebbe essere considerata una soluzione universale. L’ombreggiamento può ridurre efficacemente il rischio termico, ma non necessariamente compensare gli altri costi associati allo spostamento. Quando possibile, lasciare i nidi nel loro ambiente naturale consente di preservare condizioni che gli interventi artificiali potrebbero non riuscire a riprodurre completamente.

La gestione dei nidi dovrebbe quindi basarsi sulle specifiche condizioni del sito e sulle minacce effettivamente presenti, valutando di volta in volta benefici e possibili conseguenze. I risultati di questo studio rafforzano così l’importanza di una conservazione sempre più mirata: non basta creare condizioni apparentemente ottimali, ma occorre cercare di mantenere quanto più possibile la complessità dell’ambiente naturale nel quale le tartarughe si sono evolute.

Tags: AustraliaChelonia mydasnidificazionequeenslandricercatartarugatartaruga marinatartaruga verdetartarughe

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